Omelia Corpus Domini
6/7/20263 min read
A me piace il pane. Mi piace il sapore del pane, mi piace la crosta che nasconde la mollica, mi piace il suo profumo, il suo colore marroncino appena sfumato, il suo profumo che sa di buono, di casa, di amicizia. Mi piace il pane bianco di frumento, il pane nero di segale, il pane coi semi di sesamo e polvere di origano, il pane scuro, pesante dei tedeschi, buono se ci spalmi il burro. Mi piace il bretzel bavarese, mi piace la Pita mediorientale, che rompi e utilizzi come forchetta per prendere dal piatto le cose buone. Mi piace il pane cotto sui coni di bronzo, come fanno i beduini, mi piace il pane pugliese che sembra un sasso. Affidarmi un sacchetto di pane appena uscito dal forno è un rischio, a volte successe che lungo la strada ne mangiassi metà e la mia famiglia non la prese bene. Passare davanti al forno del paese in certe ore era pericoloso, perché una ciabatta appena sfornata con dentro un dito di mortadella diventava obbligatoria. Anche a Gesù piaceva il pane. Lo ha citato nell’unica preghiera lasciata ai suoi discepoli, e in quell’Ultima Cena ha preso in mano del pane e mentre lo rompeva ha detto “io sono questo pane”. Gesù e’ il Pane spezzato per la fame del mondo, per la nostra fame antica di cibo e di amore, fame di qualcosa che ci riempia lo stomaco e il cuore. Pane spezzato per essere mangiato, su questo punto la Chiesa è sempre stata chiara: “ut sumatur institutum”, l’Eucarestia è un sacramento istituito per essere mangiato. Se lo guardo, se lo contemplo, se lo fisso a lungo faccio una gran bella cosa, ma non saprò mai che sapore ha, diventerà per me qualcosa di ipotetico, non reale, non concreto. Gesù disse “prendete e mangiatene tutti”, non “guardatelo, contemplatelo, ammiratelo. Mettetelo sotto vetro, illuminatelo con appositi proiettori, mettetelo in ostensori di oro e argento e pietre preziose, mettetelo in alto tra tante candele, e coi fiori intorno”. Nulla di tutto questo: «prendete e mangiate», aveva detto. Se lo mangiate, mangiate me: io diventerò parte di voi, voi vivrete grazie a me, perché Io sono il Pane vero, quello che leva la fame. E se questo pane lo mangiate assieme, disse il Signore, voi diventate una cosa sola, una compagnia saldata dallo stesso pane. In fondo è semplice: Gesù se ne va, ma prima di andarsene ci lascia una preghiera, in cui si chiede il pane per ogni giorno, e un pane. Un Pane ed una Parola: la Parola è stata levata dalle mani dei laici per secoli, il Pane lo si mangia solo qualche volta, solo quando ci sentiamo degni di riceverlo. Bel risultato, verrebbe da dire: con le cautele e le precauzioni siamo riusciti ad allontanarci da Cristo. Abbiamo creato un muro, un fossato, una separazione tra noi e Lui: quattro secoli fa fu un dibattito molto acceso tra i Giansenisti, contrari alla comunione frequente, e il resto della Chiesa, che li scomunicò e considerò eretiche le loro idee. Blaise Pascal fu Giansenista, frequentava assiduamente le monache di Port Royal, definite “pure come angeli, superbe come demoni” da San Francesco di Sales. Ancora oggi facciamo la comunione raramente, buona parte della gente si siede nel momento della Comunione, anche se durante la Messa ci sono molte reiterate richieste di perdono per i nostri peccati. Ci sono ancora in circolo i crocefissi dei giansenisti, con Cristo che ha le braccia in alto, sopra la testa, formando così un angolo acuto stretto, perché sono pochi coloro che si salvano. Ripartiamo dal Pane, ripartiamo dalla Parola, perché senza andiamo in cerca di rimpiazzi, di brutte copie sostitutive, come scrisse Geremia“ci scaviamo cisterne screpolate che non tengono l’acqua dopo aver rigettato la fonte di acqua viva”. Ripartiamo dal Pane e dalla Parola: la Bibbia non deve prendere polvere, ma deve essere rovinata perché usata, aperta, sottolineata, annotata, riempita di segnalibro e di cartoline. Il pane non deve essere guardato ma mangiato. E’ il pane degli angeli divenuto il cibo dei viandanti, dei pellegrini, di chi viene da lontano, è stanco e non sa dove andare, è il pane di chi ha fame di speranza. Mangiamo di questo pane: non ce lo meritiamo, ma è Dio che ce lo dona perché ama il suo popolo, ama gente come noi, gente a cui basta un po’ di pane, niente altro.